1. Tutte le scienze sono umane, perché la scienza è attività umana per l’umano. – Il dibattito intorno all’incontro-scontro fra cultura scientifica e cultura umanistica è assai vivo e spesso aspro. Non sono pochi gli uomini di scienza che mettono in evidenza i limiti di certi atteggiamenti “umanistici”, specie quelli che mostrano una sfacciata indifferenza verso nozioni scientifiche, dalla fisica alle neuroscienze, ritenute importanti per le loro applicazioni tecnologiche, ma inessenziali alla conoscenza delle “umane profondità”. Né sono pochi gli umanisti che lamentano il disinteresse delle scienze esatte verso gli ambiti più sfuggenti della soggettività, come se vi fosse conoscenza solo quando siamo in presenza del dominio dell’oggettivo.
Detto con un po’ di retorica esagerazione, e parafrasando un noto titolo dell’epistemologo Alexandre Koyré, pare che per gli scienziati le scienze umane siano il regno di un piacevole quanto inconcludente “mondo del pressappoco”; per gli umanisti, invece, le scienze esatte sarebbero un perfetto “universo della precisione” utile solamente a produrre applicazioni tecnologiche.
Questi due atteggiamenti hanno un’antica storia e molti esempi. Si cita spesso l’umiliazione subita al congresso della Società filosofica italiana del 6 aprile 1911 da Federigo Enriques (1981-1946), matematico, storico e filosofo della scienza, da parte di Benedetto Croce e Giovanni Gentile. I due filosofi fecero passare Enriques da dilettante, perché ai loro occhi la scienza non aveva alcun valore effettivamente conoscitivo.
Al contrario, oggi può accadere che “uomini di scienza” trovino del tutto legittima – anzi doverosa – la quasi totale esclusione degli umanisti dal Consiglio Direttivo dell’Anvur, l’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca. Proprio per la supposta inutilità degli studi umanistici.
Non occorre qui dilungarsi su queste diatriba, spesso motivata più da questioni di primato meramente accademico. Ma è chiaro che tali posizioni si reggono più sul pregiudizio che sul giudizio, e che deve esserci “qualcosa” che alimenta tale tendenza al pregiudizio. Una ipotesi che penso possa essere avanzata è la seguente: forse l’attenzione delle diverse scienze è più orientata alla natura del proprio oggetto di studio e quindi alla difesa dei propri strumenti, più che alla finalità dello studio stesso. Ciò che infatti differenzia un atteggiamento scientifico da uno non scientifico, non è ciò che si studia e nemmeno del tutto come lo si studia, quanto il perché lo si studia. L’agire scientifico è infatti sì caratterizzato dal metodo e dall’impiego di sistemi di verifica delle procedure e dei risultati, ma non può mai essere scisso dai caratteri dell’intenzionalità e della tensione verso un fine. L’agire scientifico è cioè un agire intenzionale e finalizzato, teso verso un obiettivo che non può non essere comune a ogni ambito di studio: i modi in cui l’uomo pensa e organizza se stesso nell’ambito del mondo-ambiente in cui vive. Ogni scienza non è nulla senza una intenzionalità e finalità che la sorregga, e senza la quale rischia di porsi solo come mito della conquista, del dominio sulla natura, della potenza della tecnologia o dell’umana superiorità.
È per questa ragione che, a mio avviso, la distinzione fra scienze esatte e scienze umane va considerata al fondo come artificiosa. Tutte le scienze, infatti, sono umane. Tutte le scienze sono, nel loro insieme, la narrazione del modo in cui l’uomo cerca via via gli strumenti più adatti alla propria sopravvivenza: sia materiale sia culturale.
Non si tratta così di scegliere fra o parteggiare per l’una o l’altra cultura, ma di integrare le conoscenze, i metodi, le finalità elaborate dalle diverse discipline. Tutte le scienze hanno necessità di trovare le reciproche collateralità, ossia: (a) complementarità fra ambiti di studio e (b) essere l’una un modello per l’altra.
A partire da questa ipotesi, va osservato come l’ambito del design – inteso nel nostro caso come attività progettuale, e quindi per ciò stessa scientifica – è uno degli ambiti che maggiormente soffre la storica diatriba per il primato dell’una o altra cultura scientifica. Se il design, in quanto ambito di ricerca, viene inteso come indagine sulle motivazioni e sui fini della produzione di artefatti e sistemi, e come interrogativo su come sia possibile prefigurare tali artefatti e sistemi al servizio dell’uomo, ecco allora che proprio nella ricerca del design può prendere vita il superamento delle due culture. (sz)
